Quando la violenza inizia dal web

I casi di adescamento online sono sempre più frequenti. Ci vuole più educazione al web sicuro

Una volta si diceva ai propri figli di non accettare caramelle dagli estranei. Adesso invece la raccomandazione più frequente è quella di non comunicare online con le persone sconosciute. Anche se è proibito avere un account Facebook sotto i 13 anni, sono molti i bambini con un età inferiore che hanno un proprio profilo, postano foto e accettano l’amicizia di estranei (coetanei e non). Ma il social network creato da Mark Zuckerberg è solo uno dei luoghi virtuali in cui i ragazzi possono essere vittime di adescamento da parte di persone male intenzionale. La rete è infatti piena di chat, forum e siti altrettanto pericolosi.

Secondo la ricerca condotta dal Pew Research Center di Washington a maggio del 2013 su 800 teenagers americani, il 53 per cento ha messo online la propria mail, il 20 per cento il numero di telefono e il 33 per cento ha contatti con persone che non conosce veramente. In Europa invece si è occupata del tema EuKids. Su un campione di 25.0000 ragazzi tra i 9 e i 16 anni provenienti da 25 Paesi diversi, è emerso che il 30 per cento ha conosciuto persone estranee su internet. Di questi il 9 per cento dichiara di aver incontrato lo sconosciuto, ma solo l’uno per cento ha riferito di essersi sentito turbato in vista dell’appuntamento.

I dati dimostrerebbero quindi una sottovalutazione del rischio da parte dei più giovani. Il problema però coinvolge e preoccupa la maggioranza dei genitori che hanno un figlio attivo su internet. Dal “Libro bianco Media e Minori” dell’Agcom risulta, infatti, che l’85 per cento degli adolescenti è iscritto a un social network. I pericoli maggiori sono quelli del cyber bullismo – che normalmente avviene tra coetanei – e l’approccio da parte di pedofili. Da un’indagine condotta negli Usa nel 2010, sembra che almeno un adolescente su 10 sia stato adescato online ma che nel 69% per cento dei casi non ci sia stata una richiesta di contatto fuori dalla rete.

Dal 2012 la legge italiana punisce l’adescamento online di minori con una pena detentiva che varia da uno a tre anni. E si considera reato anche il semplice tentativo di avvicinamento con fini sessuali, ovvero qualora l’incontro con il minore non dovesse avvenire ma ci sia stato «qualsiasi atto volto a carpire la fiducia del minore attraverso artifici, lusinghe o minacce».

Studiando i casi arrivati all’attenzione dell’unità di Analisi dei crimini informatici e del Centro nazionale per il contrasto alla pedofilia online, si possono indentificare alcune caratteristiche tipiche del pedofilo online: il più delle volte si tratta di una persona lucida, con abilissime capacità relazionali. Un interlocutore attraente e capace di usare un linguaggio adatto ai bambini. In alcuni casi invece si riscontrano persone molto aggressive e incapaci di affrontare le difficoltà dei ragazzi meno disinibiti. La strategia però è comune: inizia una conversazione su tematiche semplici e banali, cerca di conquistare la fiducia dell’interlocutore e si dimostra suo alleato per tutte quelle che sono le problematicità tipiche dell’età. Solo in un secondo momento arriva la richiesta di incontro o di mostrare parti intime attraverso video o fotografie.

Secondo Enisa (European Union Agency for Network and Information Security), genitori e insegnati – che spesso possiedono una minore famigliarità con il mondo de social media – «hanno bisogno di migliorare le proprie competenze informatiche per poter superare il divario di conoscenza tra adulti e adolescenti e aiutare così i ragazzi a usare la rete in modo responsabile». Sarebbe inoltre opportuno, soprattutto con i più piccoli, usare software di protezione, controllare la cronologia dei siti visitati, sistemare il computer in un luogo di passaggio della casa, insegnare a non fornire mai dati personali e impostare correttamente i dati sulla privacy. È infine fondamentale mantenere sempre un dialogo aperto sul mondo di Internet. L’unico a non avere confini.

 


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